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martedì, 7 Settembre 2010 
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La festa di San Domenico
Percorso museografico sul rito di San Domenico

pianta museo percorso museografico
Il primo giovedi dì maggio
Simboli su simboli
Sacro e profano
Destinatari
Il sacro e il Santo
Il racconto del rito

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Sacro e profano
La festa è associata al culto di San Domenico Sorano, un uomo nato a Foligno e morto a Sora circa mille anni fa. A Cocullo, ogni primo giovedì di maggio, la liturgia cattolica ufficiale si fonde e si alterna con quella popolare localmente caratterizzata. La fortuna della festa dipende proprio dalla liturgia popolare, che ha attirato l’attenzione degli estranei. In questa liturgia si possono distinguere almeno tre scene principali: quella della terra miracolosa che i devoti raccolgono alle spalle dell’altare dedicato al Santo; quella della campanella azionata tirandone la corda coi denti; quella dei serpenti che invadono l’intera manifestazione. A differenza del passato, i rettili non sono più introdotti in chiesa, ma fuori hanno conservato il loro ruolo di protagonisti del rito, tanto che la festa di San Domenico è diventata nota col nome di «rito dei serpenti» o «rito dei serpari». I gesti della festa sono rimasti abbastanza stabili, ma i significati che vi si attribuiscono variano da gruppo a gruppo e da persona a persona. Cogliendo nella festa contemporanea alcuni dei modi in cui viene considerata dai partecipanti, si può isolare qualche linea di tendenza della sua trasformazione. I veri e propri protagonisti dell’evento sono i devoti di San Domenico. Incarnano la continuità tra il passato e il presente della festa e in un certo senso ne certificano l’autenticità. Per i devoti, le azioni rituali hanno senso perché si iscrivono in un orizzonte di credenze condivise riguardanti il Santo, le sue reliquie e il loro potere di guarigione e di salvezza. Alla stessa festa partecipano oggi anche quelli che non credono ai poteri straordinari dei santi. Vedono nel rito contemporaneo ciò che resta della politica religiosa cristiana intesa a riutilizzare, per la difficoltà di estirparli, simboli di origine pagana risalenti ai culti arcaici dei Marsi. Interpretano la mitologia e il rituale di San Domenico come la speranza di protezione dai mali che le società contadine e pastorali del passato non erano in grado di fronteggiare con mezzi umani. Si potrebbe allungare la lista dei diversi modi di considerare la stessa festa da parte dei convenuti, ricordando, per esempio, quello dei «superficiali», di chi non si fa tante domande e considera l’appuntamento come uno spettacolo all’aperto. Tuttavia la differenza fondamentale è tra la festa vissuta dai devoti e quella di tutti gli altri. Per i primi la festa è fatta soprattutto per essere fatta: è rivolta al Santo. Per tutti gli altri la festa è fatta soprattutto per essere vista: è destinata consapevolmente a chi la consuma. La tendenza del rito a trasformarsi in spettacolo è d’altra parte una ragione della sua sopravvivenza, se non della sua progressiva fortuna presso gli estranei, nel declino della vita pastorale e contadina in cui aveva preso forma e nel ridimensionamento delle devozioni popolari, da cui la stessa Chiesa cattolica prende oggi le distanze.

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