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martedì, 7 Settembre 2010 
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La festa di San Domenico
Percorso museografico sul rito di San Domenico

pianta museo percorso museografico
Il primo giovedi dì maggio
Simboli su simboli
Sacro e profano
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Il sacro e il Santo
Il racconto del rito

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Il sacro e il Santo
Nell’itinerario dei devoti e dei loro oggetti dalla strada alla chiesa e dalla chiesa alla strada si coglie una sorta di figurazione del modo in cui i simboli della festa sono stati plasmati in ambito cristiano nel corso del tempo.
L’ambivalenza simbolica della terra (oscura sede dei morti e feconda dispensatrice dei frutti della vita) e l’ambivalenza simbolica del serpente (frequentatore delle profondità oscure e delle superfici, procuratore di morte e di vita, di veleno e medicamento) vengono risolte grazie al potere straordinario dei suoi manipolatori.
Essi si espongono al rischio di morte e lo superano nella prospettiva della vita collettiva e della sua riproduzione. Sciolgono l’ambivalenza simbolica indirizzandola verso il lato positivo. Questi elementi di base (che in ogni cultura ricevono nel tempo una loro propria codificazione) vengono accolti dal cristianesimo nella complessa rete di associazioni e identificazioni permesse dal culto dei santi, un culto capace di connettere in una sola logica simbolica pratiche e credenze locali e pratiche e credenze normative di intenzione universale. In quest’ottica, terra, serpente, dente del serpente, reliquie del santo e in particolare quella del suo dente, presenza e potenza della sua vita terrena (fissata nell’agiografia) e presenza e potenza della sua vita celeste predispongono una scala simbolica che dal materiale porta all’immateriale, dalla terra al cielo, dall’uomo a Dio.

Le gerarchie cattoliche hanno accolto in modo più o meno selettivo i motivi devozionali popolari; li hanno rielaborati e li hanno poi riammessi secondo una prospettiva che tenesse conto insieme delle attese popolari e delle preoccupazioni dottrinali. La documentazione sulla festa permette di individuare un atteggiamento delle istituzioni cattoliche meno selettivo nel passato (quando per esempio le serpi venivano accolte anche in chiesa e si prelevava, come equivalente simbolico della terra, il pattume del suo pavimento) e uno più selettivo nel presente (quando le serpi sono relegate negli spazi esterni e altri usi sono abbandonati o attenuati).
Il serpente e i suoi incantatori (i quali almeno dal IV-III secolo a. C. venivano identificati con la popolazione dei Marsi, gli antichi abitanti dei luoghi) potevano essere «riabilitati» sia alla luce di analogie simboliche presenti nella tradizione giudaico-cristiana (quelle in cui il serpente non era tanto associato al demonio quanto al potere straordinario dei suoi manipolatori) sia soprattutto attraverso l’agiografia. Il serpente può confondersi con San Domenico non perché sia di per sé un simbolo positivo del cristianesimo, ma perché ricorda qualche episodio miracoloso della sua vita. Al pari di un eroe fondatore, San Domenico aveva vinto il male e trasformato il rischio personale in quei benefici in cui veniva identificata la vita (la salvezza degli uomini, delle bestie e dei campi).



San Domenico eroe della sintesi
San Domenico protegge il territorio dai serpenti; protegge gli uomini e i loro animali dai morsi di ogni bestia velenosa o rabbiosa; e protegge anche dalle febbri e dalle tempeste. La tradizione vuole che i privilegi di Cocullo e dei suoi figli discendano dalla presenza fisica di Domenico. Nella sua vita terrena, a ricordo e ideale prolungamento di una sua visita, avrebbe deciso di lasciare parti di sé che sarebbero diventate reliquie di santo. Si sarebbe tolto un molare per donarlo al paese, aggiungendovi anche il ferro di uno zoccolo della sua mula. Si tratta del «sacro dente» e del «ferro», che nel giorno di festa si ricongiungono al simulacro del Santo. Altre reliquie ancora fanno parte direttamente del territorio. È il caso per esempio della roccia detta «lopa», che la tradizione vuole sia la pietrificazione, sempre per opera di San Domenico, di un lupo che aveva sottratto un bambino a una famiglia di Cocullo.
La distribuzione su una vasta area delle devozioni per San Domenico e delle sue reliquie è testimonianza di un mondo che nel culto dei santi aveva sintetizzato la totalità dei riferimenti della vita sociale, tra economia, politica, religione, lignaggio e territorio. Prendere parte al rito significava vivificare, in uno stato emotivo eccezionale, la totalità delle relazioni del quotidiano.
Non deve stupire il fatto che il cristianesimo, attraverso il culto dei santi, abbia potuto dare nuovo significato a simboli antichi, riplasmando usi preesistenti. Le paure, le aspirazioni e la necessità di dare significato all’esistenza da parte di pastori e contadini delle aree marginali si erano sviluppate infatti in una certa continuità
attraverso secoli o millenni. Deve stupire invece il fatto che il rito abbia superato pressoché indenne quest’ultimo secolo e questi ultimi decenni, quando le forme moderne di vita e di pensiero sono penetrate in modo massiccio e capillare anche in Abruzzo.

Perché questa festa passasse nel senso comune da una valutazione negativa (come superstizione del volgo illetterato) a una valutazione positiva (come documento o addirittura bene culturale) era necessaria la distanza non del tempo ma delle forme di vita tra il mondo che l’aveva generata e il mondo che poteva contemplarla.
Chi ha lasciato anche solo qualche decennio fa i luoghi di San Domenico in cerca di vita migliore vi ritorna oggi con altri occhi, magari nell’intenzione di recuperare un patrimonio di valori che pure erano anticamente associati a una vita di stenti. E anche noi, estranei viaggiatori di massa, quotidianamente immersi nei simboli omologanti e di breve memoria della vita urbana, agogniamo, nel tempo libero, a sentirci parte di una dimensione paesana, di una dimensione che ci piace immaginare radicata in un’antica tradizione.
Il fascino della festa di San Domenico sta oggi nell’imprevedibile incontro tra usi antichi e aspettative della vita contemporanea più avanzata. San Domenico e i suoi serpenti permettono ancora di ritrovare per un giorno a Cocullo un tratto di unificazione e identificazione tra antenati e discendenti, residenti e pellegrini, devoti mossi dalla fede e osservatori mossi dalla curiosità.

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